La cerimonia del Sacramento

Della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni

 

Il ricordo e il simbolo dell’Espiazione del Cristo

 

Benedizione del Pane

O Dio, Padre Eterno, ti chiediamo nel nome di tuo Figlio, Gesù Cristo, di benedire e di santificare questo pane per le anime di tutti coloro che ne prendono, affinché possano mangiarne in ricordo del corpo di tuo Figlio, e possano testimoniare a te, o Dio, Padre Eterno, ch’essi sono disposti a prendere su di sé il nome di tuo Figlio, e a ricordarsi sempre di lui e ad obbedire ai suoi comandamenti ch’egli ha dati loro; per poter avere sempre con sé il suo Spirito. Amen. 

(Dottrina e Alleanze sezione 20:77)

 

 

Benedizione dell’Acqua (nel vangelo il Vino)

O Dio, Padre Eterno, ti chiediamo nel nome di tuo Figlio, Gesù Cristo, di benedire e di santificare quest’acqua per le anime di tutti coloro che ne bevono, affinché possano farlo in ricordo del sangue di tuo Figlio, che fu versato per loro; affinché possano testimoniare a te, o Dio, Padre Eterno, ch’essi si ricordano sempre di lui, per poter avere con sé il suo Spirito. Amen.

(Dottrina e Alleanze sezione 20:79)

 

 

 

 

Ernesto Nudo | Siracusa 10 ottobre 2018

 

Da sempre mi sono chiesto come conoscere meglio il significato delle formule della cerimonia del sacramento.

All’inizio avevo contestualizzato con semplicità che il pane rappresentava il corpo di Gesù e l’acqua il suo sangue, la commozione che sentivo ogni domenica era grande, ricordare il suo sacrificio mi emozionava ed anche se non tutte le domeniche, i miei occhi si velavano di lacrime, sentivo un grande conforto prendendo il pane e l’acqua in ricordo di Lui.

Passarono pochi mesi, poco più di un anno, per accorgermi che in tutta la liturgia “della Chiesa di Gesù Cristo dei santi degli Ultimi giorni” la cerimonia del sacramento era l’unica in cui il sacerdote officiante si inginocchia in pubblico per celebrare l’ordinanza. Poi subito dopo ebbi la conoscenza interiore che quello che chiamavamo comunemente “tavolo sacramentale” in effetti non era un tavolo.

Perché?

Perché durante la cerimonia domenicale della benedizione del pane e dell’acqua, diveniva a tutti gli effetti un “Altare”, l’unico altare presente nelle cappelle della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni. Compresi subito la dinamicità del tavolo che diventa altare, ma ciò non tolse il fatto che sentivo un vuoto nel cuore. La cerimonia di benedizione del pane e dell’acqua, la presenza di un tavolo, che diventa un altare, il ricordarsi sempre di lui, erano fonte di una costante domanda divisa in tre parti:

Quali sono i fatti dottrinali alla base della cerimonia del sacramento?

Quale rapporto esiste tra Gesù e la cerimonia del sacramento?

L’agnello pasquale risponde pienamente a tutti i simboli presenti nella cerimonia del sacramento?

Dopo un anno ho ricevuto la risposta che nella cerimonia del sacramento dichiariamo che siamo disposti a prendere su di noi il nome del Cristo. Dopo un paio di anni, in concomitanza alla dotazione del Tempio, ho ricevuto la risposta che nell’investitura del Tempio l’essere disposti a prendere il suo nome diventa una delle alleanze più sacre e con essa diveniamo discepoli del Cristo.

Tuttavia il mio cuore era ancora desideroso di ottenere una conoscenza più vasta e completa. Pur senza prenderne coscienza percepivo che mancava molto alla comprensione della cerimonia.

 

 

Ho servito per anni e decenni il Signore, nei quali tramite la guida dello Spirito Santo, la mia comprensione del piano di Dio per i suoi figli è molto aumentata. Ma sino alla domenica dell’Otto luglio 2018 le domande sul significato della benedizione del sacramento non avevano fatto alcun progresso.

In questa citata domenica, durante la lezione ai giovani della scuola domenicale del mio rione, mentre presentavo la lezione incentrata sulla santità del sacramento è accaduto un fatto straordinario: mentre portavo testimonianza ai giovani di Gesù Cristo e del suo sacrificio espiatorio, in una sola frazione di secondo si è aperta una finestra nel mio cuore e nella mia mente. In un tempo brevissimo ho ricevuto nello Spirito la risposta alle mie domande. Avevo già ricevuto diverse manifestazioni dello Spirito, erano maturate piano piano e le avevo vissute tutte, immerso in una luce naturale.

Questa invece era durata una piccola frazione di secondo, nessuno degli studenti se ne accorto, ma ero ben consapevole che le cose viste e comprese rapportate a velocità normale avrebbero richiesto almeno un’ora di tempo per essere descritte. Condivido con voi questa meravigliosa esperienza dello spirito facendo un preambolo scritturale citando quattro scritture che narrano l’episodio della cerimonia della benedizione del sacramento istituito dal Signore nella preparazione alla Pasqua ebraica nella quale adempirà con l’espiazione, il compito più glorioso conferitogli dal Padre Celeste nella vita pre terrena.

 

La sinossi delle quattro citazioni è riportata nei seguenti passi delle scritture

In questa sacra circostanza Gesù istituisce la “Cena del Signore” o il “Sacramento” e dalla narrazione apostolica balzano in evidenza lo scopo principale e tre significati basilari:

 

Scopo Principale

Gesù è consapevole che sta andando incontro all’adempimento dell’evento più alto di tutto il piano del Padre Celeste: il sacrificio espiatorio per la salvezza e la redenzione che toccherà tutti i figli di Dio. Evento che riporterà ogni cosa come era al principio, ovvero Adamo ed Eva alla presenza del Padre Celeste, rivestiti di immortalità e Vita Eterna. Gesù sente la responsabilità che il significato dell’espiazione resti impresso e duraturo nei discepoli e nei fedeli, come una luce capace di illuminare il difficile percorso della vita terrena piena di paure, trappole, insidie e seduzioni. A questo fine organizza con gli apostoli quella che passerà alla storia come “l’ultima cena”. Durante la cena, l’evento più importante riguarda il fatto che Gesù espone agli apostoli il cuore del suo ministero, lo scopo per il quale è venuto sulla terra. Egli dichiara che è venuto per compiere l’espiazione, ovvero offrire il suo corpo e versare il suo sangue affinché si stipuli tramite Lui un nuovo patto tra Dio Padre e i suoi figli. Questo gesto che solo il Cristo poteva compiere, Gesù lo incastona in due dettagli molto simili ma con significati profondamente diversi. Al fine che i suoi discepoli e tutta la chiesa si ricordino sempre dell’espiazione; li invita prima a mangiare il “pane” da lui stesso distribuito, a simbolo dell’offerta che farà offrendo il suo corpo sulla croce, e successivamente a bere con lui il “vino” a simbolo del suo sangue che sta per essere versato in sacrificio espiatorio per un nuovo patto fatto per suo tramite tra Dio e l’uomo. Quindi dà precise istruzioni agli apostoli di compiere questa cerimonia ogni “sabato” (successivamente domenica), ovvero sino al suo ritorno, al fine di ricordarsi sempre di Lui. Tutto questa sacralità Gesù la incastona nella più grande naturalezza e semplicità.

Lo stile che Gesù usa nella circostanza così drammatica è sempre lo stesso: parla con gli apostoli con un linguaggio semplice come se stesse vivendo fatti normali della vita, invece è pienamente consapevole che sarà l’ultima volta che cenerà con loro, quella tarda sera Lui si presenterà nel giardino degli ulivi, lo stesso dove si frantumavano le olive, per compiere la prima e più importante parte dell’espiazione. Subito dopo sarà strappato per opera dei sommi sacerdoti del sinedrio, dall’affetto degli apostoli per compiere la seconda parte, la crocefissione. Gesù non è preoccupato se gli apostoli comprendono quello che sta facendo, sa che successivamente lo Spirito Santo spiegherà loro ogni cosa.

Primo significato: Benedizione del pane – Io sono il pane della vita e lo dono a Voi

“Questo è il mio corpo che è dato per voi” (1 Corinzi 11:24). Paolo sintetizza al meglio il concetto che Gesù è consapevole che sta dando il Suo corpo per salvare i figli di Dio dalla morte, portando il potere della resurrezione.

Anche se il momento è grave, le parole del Salvatore sono semplici e senza ulteriori approfondimenti.

 

Secondo significato: Benedizione del “vino” (oggi simbolicamente l’acqua) – il suo sangue per un nuovo patto

“perché questo è il mio sangue, il sangue del patto, il quale è sparso per molti per il perdono dei peccati” (Matteo 26:28). Matteo sintetizza bene il concetto che Gesù stava donando il suo sangue per stipulare un patto con il Padre Celeste. Questo patto non sarebbe stato accessibile a tutti ma a molti figli di Dio. Tuttavia è l’apostolo Luca che illumina il più profondo dire di Gesù, al capitolo 22, verso 20 “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi”.

In base a questa testimonianza, Gesù è consapevole che per mezzo dell’offerta del Suo sangue, sta stipulando un “nuovo patto” tra Dio Padre e l’Uomo.

 

Terzo significato: Ricordatevi del mio sacrificio espiatorio

“fate questo in memoria di me” (Luca 22:19). Luca e Paolo sottolineano che Gesù istituiva questa cerimonia sino a quando non sarebbe ritornato stabilmente con gli apostoli sulla terra. Lo scopo di rinnovare la cerimonia sino al suo ritorno é quello di tenere vivo il significato legato alla sua espiazione. Questo invito è un richiamo poderoso al fatto che sulla terra, tutto è in una condizione precaria e volatile e senza il costante ricordo di Lui, anche i più forti possono essere sviati.

 

Il luogo e il momento

Quando pensiamo alla cerimonia del sacramento la nostra mente giustamente vola al giardino del Getsemani, alla crocefissione ed alla resurrezione di Gesù. Probabilmente perché questi fatti si sono svolti nel mondo fisico in cui viviamo. Con profonda consuetudine e semplicità tutti i cristiani andiamo idealmente alla cerimonia della “Pasqua” ebraica.

Anche io sino al momento della visione dell’otto luglio andavo alla Pasqua ebraica, era per me una forza gravitazionale profonda e interiore. Ricordando la Pasqua mi abbeveravo con sentimenti di pace, cordoglio e serenità, sentivo l’amore del maestro per me, la comprensione e la vicinanza alle mie debolezze di uomo.

 

Tuttavia dobbiamo prendere atto che gli eventi simbolici dell’espiazione di Gesù sono racchiusi oltre che nella festa della “Pasqua”, soprattutto nella festa o ricorrenza ebraica del “Giorno dell’espiazione”.

La festa della Pasqua è molto conosciuta, sentita e celebrata in tutto il pianeta, per il fatto che l’occidente romano quando si è convertito al cristianesimo, ha adottato la cerimonia della Pasqua ebraica come simbolo principale del ministero del Cristo.

Il mondo cristiano cattolico e di derivazione cattolica è molto sensibile alla espiazione nel Getsemani, ed è molto sensibile alla passione ed alla crocefissione. Per le chiese cristiane sopra citate la croce e la crocefissione sono infatti i simboli più ricorrenti a cui si associa il ministero di Gesù

Ma Cristo non era una meteora nel mondo ebraico, non era spuntato dal nulla, bensì era un “ebreo di grande lignaggio”, discendeva da Davide, le sue radici sono intrecciate alla base di tutta la “Torà”. Occidentalizzando il Cristo, queste radici non potevano essere tagliate con la semplice accettazione del suo Vangelo. Non si poteva prendere una parte soltanto del figlio dell’Uomo, occorreva prendere tutto, soprattutto l’ebreo.

Nella predicazione della buona novella, Gesù ha attinto a due radici profonde dell’ebraismo, a mio avviso le più gloriose, quelle legate alle rivelazioni date a Israele tramite Mosè nel deserto. Le due ricorrenze più solenni possedute dal popolo di Israele ricevute per rivelazione diretta da Dio. La festa della Pasqua e la ricorrenza del Giorno dell’Espiazione. La prima si celebra nelle case di Israele il 10 del mese di Nisan (Aprile), la seconda si celebra nel Tempio il 10 del mese di Tishri (Ottobre).

La maggior parte delle chiese cristiane, proprio per il fatto che nell’adottare il Cristo hanno occidentalizzato la sua opera, hanno tralasciato importanti aspetti del piano di salvezza in possesso degli ebrei, non pensano minimamente che proprio nella cerimonia del “Giorno dell’Espiazione”, che si celebra solo nel Tempio ebraico e non nelle sinagoghe, si può trovare una comunione maggiore per comprendere il ministero del “maestro”. Ma questa ricorrenza è rimasta esclusivamente ebraica e per ovvi motivi di perdita di conoscenza non è stata accettata della cristianità occidentale. Da canto loro i romani distrussero il Tempio nel 70 dopo Cristo quando la città di Gerusalemme e il suo tempio furono distrutti per opera degli stessi romani.

Questo evento è ricordato ancora oggi nell’annuale festa ebraica della Tisha BeAv, mentre l’arco di Tito, eretto a Roma celebra il trionfo del generale romano). Nel 132 dopo Cristo gli ebrei insorsero nuovamente, guidati da Simone Bar Kokheba. La rivolta, nota come Terza guerra giudaica fu sedata nel 135. A seguito di questa ennesima ribellione, l’imperatore Adriano vietò agli ebrei l’ingresso a Gerusalemme, da allora e sino al 1948 la maggioranza degli Ebrei vissero principalmente nella dispersione, ovvero fuori dalla Palestina. In tutto questo tempo, dal 135 dopo Cristo ad oggi, nella cristianità si sono perse le tracce della ricorrenza del giorno dell’espiazione, al contrario degli ebrei che tutt’ora la ricordano ma non possono celebrarla per impraticabilità del Tempio di Gerusalemme, che dopo la seconda guerra mondiale, è stato dato dai grandi della terra ai musulmani.

 

Dettaglio della colonna Traiana a Roma che racconta la distruzione del Tempio di Gerusalemme

 

In effetti leggendo i versi dei vangeli sopra riportati, soltanto uno studioso potrebbe aprire la strada che unisce le due ricorrenze più sacre date da Dio Padre ad Israele. L’unico, ma poderoso appiglio scritturale che collega l’evento dell’ultima cena al giorno dell’espiazione è costituito dalla frase di Gesù “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi” (Luca 22:20). Il tabernacolo di Mosè viene istituito dal Padre Celeste per fare un patto con Israele, patto simboleggiato dal sangue del capro del sacrificio. Le vicende di questo patto dato da Dio tramite Mosè sono trattate a parte, nel mio libro “Gesù Salvatore e Redentore”. Per ora dobbiamo costatare che Gesù è consapevole che per suo tramite si sta stipulando un nuovo patto, diverso di quello fatto al tempo di Mosè.

La luce della restaurazione e le preghiere del sacramento date per rivelazione

La restaurazione del vangelo ad opera di Joseph Smith, ha portato grande luce di conoscenza anche nella comprensione del significato della cerimonia istituita dal Salvatore e Redentore con l’ultima cena o sacramento.

Nel 1830 Joseph Smith riceve per rivelazione la sezione 20 del libro di Dottrina e Alleanze.

Leggendo la rivelazione su come celebrare la “Cena del Signore” entriamo nei versetti corrispondenti che contengono la formula della sacra cerimonia per attuare quanto istituito da Gesù nell’ultima cena.

Benedizione del pane, assunto come simbolo del corpo di Cristo

“Questo è il mio corpo che è dato per voi” (1 Corinzi 11:24)

 

O Dio, Padre Eterno, ti chiediamo nel nome di tuo Figlio, Gesù Cristo, di benedire e di santificare questo pane per le anime di tutti coloro che ne prendono, affinché possano mangiarne in ricordo del corpo di tuo Figlio, e possano testimoniare a te, o Dio, Padre Eterno, ch’essi sono disposti a prendere su di sé il nome di tuo Figlio, e a ricordarsi sempre di lui e ad obbedire ai suoi comandamenti ch’egli ha dati loro; per poter avere sempre con sé il suo Spirito. Amen. (Dottrina e Alleanze sezione 20:77)

 

La formula della benedizione che riguarda il “Corpo di Cristo offerto in Dono espiatorio”, contiene diverse parti che si riferiscono all’alleanza tra il fedele e Dio Padre tramite il sacrificio del Cristo

 

 

Da parte del fedele si accettano i seguenti impegni:

  1. Il fedele riconosce che l’espiazione è operata dal figlio di Dio, Gesù Cristo.
  2. Il fedele si impegna a riconoscere al Padre Celeste, che il pane che sta per prendere è “Santo”, simbolo vivente del corpo di Gesù, offerto per la sua salvezza personale;
  3. Il fedele è pronto in ogni momento a testimoniare al Padre che ed è disposto a prendere il nome di Cristo e quindi fare le stesse cose fatte dal figlio, ovvero prendere il suo stesso destino, inclusa la crocefissione;
  4. Il fedele si impegna a ricordare sempre il sacrificio del Cristo come elemento costante della sua vita;
  5. Il fedele si impegna ad obbedire ai comandamenti ricevuti da Gesù Cristo e contenuti nel suo Vangelo.

 

Da parte del Padre Celeste si dona in promessa

  1. Il dono dello “Spirito di Cristo”, indispensabile per superare le prove della vita ed essere santificati.

 

Come si nota la formula del sacramento legata al corpo del Cristo contiene le condizioni principali dell’alleanza tra l’uomo e Dio, con tutti i reciproci principali impegni. Il passaggio topico è “ch’essi sono disposti a prendere su di sé il nome di tuo Figlio”.

 

Riflessioni sul significato del “Pane” (corpo di Cristo)

Nella cerimonia dell’alleanza che riguarda il “Corpo” attraverso l’assunzione del pane, i figli di Dio sono nella condizione di essere “disposti”, ovvero possono prepararsi, a prendere il nome del divin maestro, fare le stesse cose che Lui ha fatto, attraverso l’obbedienza ai comandamenti e con le loro opere. Gesù stesso ha confermato questa eredità poco prima di accomiatarsi dai nefiti e lo ha fatto in modo inequivocabile, poche parole, tutte scolpite nella roccia:

In verità, in verità io vi dico: questo è il mio Vangelo; e voi sapete le cose che dovete fare nella mia chiesa; poiché le opere che mi avete visto fare, voi le farete pure; poiché farete proprio ciò che mi avete visto fare.

(Terzo Nefi 27:21) 

Sono grato al libro di Mormon per questa gemma d’eternità. Sento a distanza di millenni ancora intatta la bellezza del sentimento che Gesù desiderava imprimere nel cuore dei suoi ascoltatori, inclusi i discepoli. Gesù chiede al fedele in modo inequivocabile di vivere come lui ha vissuto di fare le stesse cose che Lui ha fatto. Non ci sono interpretazioni o condizionamenti, siamo nella stessa condizione in cui si trovò Nefi quando disse: “7 E avvenne che io, Nefi, dissi a mio padre: Andrò e farò le cose che il Signore ha comandato, poiché so che il Signore non dà alcun comandamento ai figlioli degli uomini senza preparare loro una via affinché possano compiere quello che egli comanda loro. (1 Nefi 3:7).

In tutto il libro di Mormon e in tutto il vangelo non esiste invito più profondo. Questo invito di Gesù è alla base di una delle più maestose alleanze che fanno parte della cerimonia della sacra investitura del Tempio. Infatti nella cerimonia della dotazione del tempio il fedele lascia lo stato di essere “disposto” e per alleanza diviene “discepolo” a pieno titolo, e la dichiarazione fatta ai nefiti diviene operativa in tutta la sua interezza.

Il fedele è invitato direttamente a partecipare a questa parte del ministero del Cristo.

Possiamo partecipare in modo diretto come comprimari, possiamo fare le stesse cose che Lui ha fatto

Il fedele riceve quindi per alleanza il nobile mandato divino di partecipare in veste di comprimario di Cristo per allargare i confini di Sion e del regno di Dio che sono la parte operativa del ministero del Maestro. Nel vangelo di Gesù Cristo il fedele non è un semplice spettatore del sacrificio espiatorio, ma un protagonista!

Nobilissima aspettativa che rende partecipe il fedele allo stesso ministero del Cristo e gli apre le porte della santificazione e redenzione come discepolo incluso il fatto di prendere il suo stesso destino. Le opere del discepolo suggellano l’alleanza.

Quali sono le azioni fatte dal maestro che il discepolo può fare similmente?

Moltissime!

Molti pensano che quando Gesù entrò nell’orto del Getsemani vi entro con la statura di un Dio e il compimento della conseguente espiazione era un fatto scontato. Come se l’Espiazione fosse un passaggio rutinario del suo ministero.

Questo pensiero è molto lontano dalla verità.

Gesù entrò nel Getsemani con la statura di un Dio e con la condizione umana, entrambe sarebbero state mese alla prova e la sofferenza indicibile dell’espiazione fu sopportata sia dalla natura di Divina che da quella terrena.

Non siamo in grado di descrivere una sofferenza che non appartiene a questa creazione Teleste, sappiamo per testimonianze scritturali che Gesù dopo il primo approccio all’espiazione chiese al Padre se quel calice potesse passare oltre per essere alleggerito dal dolore.

36 Allora Gesù andò con loro in un podere chiamato Getsemani e disse ai discepoli: «Sedete qui finché io sia andato là e abbia pregato». 37 E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a essere triste e angosciato. 38 Allora disse loro: «L’anima mia è oppressa da tristezza mortale; rimanete qui e vegliate con me». 39 E, andato un po’ più avanti, si gettò con la faccia a terra, pregando, e dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi oltre da me questo calice! Ma pure, non come voglio io, ma come tu vuoi». 40 Poi tornò dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me un’ora sola? 41 Vegliate e pregate, affinché non cadiate in tentazione; lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 42 Di nuovo, per la seconda volta, andò e pregò, dicendo: «Padre mio, se non è possibile che questo calice passi oltre da me, senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà».

(Matteo 26: 36).

Da questo frangente emerge l’umanità di Gesù e la sua preparazione al ministero fatta prima del Getsemani.

Le risorse umane da cui Gesù trasse la forza per superare il doloroso, anzi indescrivibile stritolamento dell’essere, si trovano nelle caratteristiche che sviluppò da uomo in mezzo al popolo.

Per divenire come Lui è, le righe che seguono illustrano gli aspetti del carattere di Cristo che dobbiamo sviluppare, sono tutte caratteristiche umane alla portata di ogni uomo o donna. Quando Lui dice “Dunque, che sorta di uomini dovreste essere? In verità, io vi dico: Così come sono io” (3 Nefi 27:27), si riferisce principalmente a questi aspetti della vita quotidiana.

 

Guarì molti senza chiedere mai nulla in cambio, fa testo la guarigione di dieci lebbrosi di cui uno solo tornò indietro per ringraziarlo

11 Nel recarsi a Gerusalemme, Gesù passava sui confini della Samaria e della Galilea. 12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo; ed era un samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dar gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Alzati e và; la tua fede ti ha salvato» (Luca 17:11-19).

 

Per giustizia chiese a Giovanni Battista di essere battezzato.

15 Ma Gesù gli rispose: «Sia così ora, poiché conviene che noi adempiamo in questo modo ogni giustizia». Allora Giovanni lo lasciò fare.16 Gesù, appena fu battezzato, salì fuori dall’acqua; ed ecco i cieli si aprirono ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. 17 Ed ecco una voce dai cieli che disse: «Questo è il mio diletto Figlio, nel quale mi sono compiaciuto».

(Matteo 3:15-17).

Con umiltà sopportò lo scerno dei sacerdoti quando si dichiara di essere il figlio di Dio.

16 Si recò a Nazareth, dov’era stato allevato e, com’era solito, entrò in giorno di sabato nella sinagoga. Alzatosi per leggere,17 gli fu dato il libro del profeta Isaia. Aperto il libro, trovò quel passo dov’era scritto:

18 «Lo Spirito del Signore è sopra di me; perciò mi ha unto per evangelizzare i poveri; mi ha mandato ad annunziare la liberazione ai prigionieri, e ai ciechi il ricupero della vista; a rimettere in libertà gli oppressi, 19 e a proclamare l’anno accettevole del Signore».

20 Poi, chiuso il libro e resolo all’inserviente, si mise a sedere; e gli occhi di tutti nella sinagoga erano fissi su di lui. 21 Egli prese a dir loro: «Oggi, si è adempiuta questa Scrittura, che voi udite».

22 Tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca, e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?»

28 Udendo queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni d’ira. 29 Si alzarono, lo cacciarono fuori dalla città, e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale era costruita la loro città, per precipitarlo giù. 30 Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Luca 4: 16-28).

Non condanna la donna adultera colta in flagranza di reato ma la invita a non peccare più

1 Gesù andò al monte degli Ulivi. 2 All’alba tornò nel tempio, e tutto il popolo andò da lui; ed egli, sedutosi, li istruiva.

3 Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna còlta in adulterio; e, fattala stare in mezzo, 4 gli dissero: «Maestro, questa donna è stata còlta in flagrante adulterio. 5 Or Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?» 6 Dicevano questo per metterlo alla prova, per poterlo accusare. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra. 7 E, siccome continuavano a interrogarlo, egli, alzato il capo, disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». 8 E, chinatosi di nuovo, scriveva in terra. 9 Essi, udito ciò, e accusati dalla loro coscienza, uscirono a uno a uno, cominciando dai più vecchi fino agli ultimi; e Gesù fu lasciato solo con la donna che stava là in mezzo. 10 Gesù, alzatosi e non vedendo altri che la donna, le disse: «Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?» 11 Ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più». (Giovanni 8:1-11).

Questo episodio descrive una situazione che è alla base di tutte le sfide terrene, perché tocca il senso di giustizia di ciascuno di noi, deve essere meditato e rimeditato a lungo. Il suo insegnamento per molti è duro da ricevere e applicare. Siamo qui per discernere il bene dal male, possiamo esercitare questo potere solo giudicando gli stimoli che riceviamo dall’esterno, quindi che ben venga l’esercizio del giusto giudizio. In questo episodio, che sono fermamente convinto è messo lì proprio per dare molta luce ai naviganti, Gesù difende la donna adultera dagli attacchi dei suoi accusatori, e dà una lezione sul giusto giudizio, tanto limpida, quanto dura. La donna è chiaramente colpevole ed i suoi accusatori hanno il diritto di comminargli la pena della lapidazione, tuttavia a loro volta, i lapidatori sono anch’essi inseriti e in simbiosi con la legge. Per applicarla con giustizia, a loro volta, devono necessariamente essere “puri dal peccato”. Ad uno ad uno, dopo l’invito del maestro, gli accusatori, “giustamente” si defilano. Infatti, Gesù li ha spinti ad interrogarsi prima di scagliare la pietra, nessuno di essi si era valutato “puro dal peccato”.

Anche in questa circostanza, notiamo che Gesù applica con semplicità il suo vangelo, come una forza superiore che porta progresso ed eleva le persone al di sopra delle condizioni e dei limiti. Il cuore del vangelo non è rispondere alla domanda “in quale condizione sei?”, quanto alla domanda: “in che condizione vuoi andare?”. Con la forza del perdono, al pari di Gesù, presidente Ezra T. Benson, nel discorso sull’Orgoglio, ci invita ad aiutare le persone in modo che trovino la forza di togliere i bassifondi dalla loro anima.  Gesù quindi, con grande affetto e coerenza, non condanna l’adultera, ma la congeda con l’invito a “non peccare più”, ovvero “va in pace e togli questi bassifondi da te”. L’insegnamento è fondamentale: in questa condizione teleste e caduca, nessuno di noi è così perfetto da non poter dare il “perdono”, a prescindere dalle circostanze, a prescindere da tutto. Questo episodio della vita di Gesù ci insegna che se vogliamo essere come Lui è, dobbiamo perdonare sempre.

 

Per obbedienza respinse Lucifero quando gli offrì i regni del mondo.

5 Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un attimo tutti i regni del mondo e gli disse:

6 «Ti darò tutta questa potenza e la gloria di questi regni; perché essa mi è stata data, e la do a chi voglio.

7 Se dunque tu ti prostri ad adorarmi, sarà tutta tua».

8 Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Adora il Signore, il tuo Dio, e a lui solo rendi il tuo culto“».

(Luca 4: 5-8).

 

Per restare vicino al Padre respinse Lucifero quando gli chiese di trasformare le rocce in pane.

3 Il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane».

4 Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di pane soltanto vivrà l’uomo“» (Luca 4: 3-4).

 

Per rifuggire dalla vanità respinse Lucifero quando gli chiese di buttarsi dal pinnacolo del tempio.

9 Allora lo portò a Gerusalemme e lo pose sul pinnacolo del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gettati giù di qui; 10 perché sta scritto: “Egli ordinerà ai suoi angeli che ti proteggano; 11 ed essi ti porteranno sulle mani, perché tu non inciampi con il piede in una pietra“».12 Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non tentare il Signore Dio tuo“» (Luca 4: 9-12).

In virtù della richiesta fatta direttamente ed in modo inequivocabile da Gesù ai suoi discepoli, noi siamo impegnati per alleanza a sviluppare le stesse caratteristiche sopracitate del maestro, qualificandoci nel fare le cose che lui ha fatto. La cerimonia del “Battesimo” è l’inizio di questa alleanza che porta ad un glorioso processo di crescita. A qualcuno, lungo il percorso della vita, è stato chiesto di prendere l’intero destino, Pietro, Paolo, Joseph ed Hyrum Smith e molti altri, morirono martiri al pari del loro maestro Salvatore e Redentore.

L’apostolo Paolo nella lettera ai Colossesi, in modo semplice e mirabile invita i discepoli a perseguire agli stessi obiettivi:

1 Se dunque siete stati risuscitati con Cristo, cercate le cose di lassù dove Cristo è seduto alla destra di Dio. 2 Aspirate alle cose di lassù, non a quelle che sono sulla terra; 3 poiché voi moriste e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio. 4 Quando Cristo, la vita nostra, sarà manifestato, allora anche voi sarete con lui manifestati in gloria.  5 Fate dunque morire ciò che in voi è terreno: fornicazione, impurità, passioni, desideri cattivi e cupidigia, che è idolatria. 6 Per queste cose viene l’ira di Dio [sui figli ribelli]. 7 E così camminaste un tempo anche voi, quando vivevate in esse.

8 Ora invece deponete anche voi tutte queste cose: ira, collera, malignità, calunnia; e non vi escano di bocca parole oscene. 9 Non mentite gli uni agli altri, perché vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue opere 10 e vi siete rivestiti del nuovo, che si va rinnovando in conoscenza a immagine di colui che l’ha creato. 11 Qui non c’è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti. 12 Rivestitevi, dunque, come eletti di Dio, santi e amati, di sentimenti di misericordia, di benevolenza, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza.

13 Sopportatevi gli uni gli altri e perdonatevi a vicenda, se uno ha di che dolersi di un altro. Come il Signore vi ha perdonati, così fate anche voi. 14 Al di sopra di tutte queste cose rivestitevi dell’amore che è il vincolo della perfezione. 15 E la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati per essere un solo corpo, regni nei vostri cuori; e siate riconoscenti. 16 La parola di Cristo abiti in voi abbondantemente; istruitevi ed esortatevi gli uni gli altri con ogni sapienza; cantate di cuore a Dio, sotto l’impulso della grazia, salmi, inni e cantici spirituali. 17 Qualunque cosa facciate, in parole o in opere, fate ogni cosa nel nome del Signore Gesù ringraziando Dio Padre per mezzo di lui. (Colossesi 3:-13).

L’esortazione di Paolo è la stessa del Cristo e dei profeti moderni. Siate nel mondo, vivete in esso, ma agite come creature del cielo. Ovvero: Siate nel mondo ma non del mondo.

Concetto facile da capire, difficilissimo da applicare sino a quando per libero arbitrio, e non per costrizione, diveniamo discepoli del maestro e ci sentiamo in terra come stranieri.

Verso le persone che incontrava Gesù aveva carità, compassione, empatia, affetto. La coltivazione e la messa in pratica di questi sentimenti diedero alla componente umana del suo essere la forza di entrare nel terribile frantoio del Getsemani e vincere la prova.

Similmente anche noi, giorno per giorno, occasione dopo occasione, dobbiamo sviluppare le stesse caratteristiche. Qualche occasione la perderemo, ma se restiamo determinati pian piano la santificazione farà strada nel nostro cuore ed inizieremo ad assomigliare al Maestro, non per sapere ma per applicazione dell’emulazione. Accostandoci al prendere il pane del sacramento, siamo consapevoli che stiamo rinnovando l’alleanza di obbedienza ai suoi comandamenti e con le opere ci impegniamo a fare le stesse cose che Lui ha fatto. Quando camminiamo per questo sentiero si realizza la benedizione più grande. Riusciamo a sentire forte la promessa che siamo in grado di essere coma Lui è: “Che sorta di uomini dovreste essere, in verità vi dico così come sono io”. (3 Nefi 27:27). La maestosità di questa promessa poggia su due soli pilastri: La nostra applicazione della carità e la nostra dotazione del tempio, entrambe con la visione del Cristo.

 

Benedizione dell’acqua bevuta a simbolo del sangue di Cristo

 “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue, che è versato per voi”. (Luca 22:20)

 

In Dottrina e Alleanze alla sezione 20 si trova la formula della celebrazione di quanto istituito da Gesù nell’ultima cena riguardo al suo sangue.

O Dio, Padre Eterno, ti chiediamo nel nome di tuo Figlio, Gesù Cristo, di benedire e di santificare quest’acqua per le anime di tutti coloro che ne bevono, affinché possano farlo in ricordo del sangue di tuo Figlio, che fu versato per loro; affinché possano testimoniare a te, o Dio, Padre Eterno, ch’essi si ricordano sempre di lui, per poter avere con sé il suo Spirito. Amen.

(Dottrina e Alleanze sezione 20:79)

La formula della benedizione che riguarda il “Sangue di Cristo offerto in Dono espiatorio”, contiene anch’essa diverse parti che si riferiscono alla relazione tra il sacrificio del Cristo e la conseguente alleanza tra il fedele e Dio Padre

 

Da parte del fedele si accettano i seguenti impegni:

  1. Il fedele riconosce che l’espiazione è operata dal figlio di Dio, Gesù Cristo.
  2. Il fedele si impegna a riconoscere al Padre Celeste, che l’acqua che sta per prendere è “Santa”, simbolo vivente del sangue di Gesù, versato per la sua salvezza personale;
  3. Il fedele testimonia al Padre che accetta il sacrificio del Cristo come elemento costante della sua vita che impegna a ricordare per sempre;

Da parte del Padre Celeste si dona in promessa

  1. Il dono dello “Spirito” di Cristo, indispensabile per superare le prove della vita e per essere santificati.

 

In questa parte dell’alleanza collegata al “sangue di Cristo”, mancano due parti importantissime che invece sono presenti in quella del “corpo”:

  • manca “…ch’essi sono disposti a prendere su di sé il nome di tuo Figlio…”
  • manca “…ad obbedire ai suoi comandamenti ch’egli ha dati loro…”

Riflessioni sul significato dell’“Acqua” (simbolo del sangue di Cristo)

Nella cerimonia dell’alleanza che riguarda il “Sangue” attraverso l’assunzione dell’acqua, i figli di Dio sono nella condizione che traggono godimento del sacrificio del Cristo, ma non possono partecipare a questa sacra parte del Suo ministero. I figli di Dio sono nella condizione che possono solo accettare la gloriosa benedizione del versamento del sangue del Cristo e portare ricordo e testimonianza in onore a Dio, di questo gesto supremo fatto da suo beneamato figlio.

A questa parte del ministero del Cristo non possiamo partecipare in modo diretto, possiamo solo accettarla per grazia.,

A differenza della cerimonia di benedizione del Pane, in quella dell’Acqua non è compresa l’emulazione diretta. Al fedele è consentito partecipare ed emulare pienamente il ministero del Cristo che riguarda il corpo, mentre può soltanto contemplare e ricevere la benedizione della parte che è collegata al sangue.

Nella benedizione dell’acqua apprendiamo che non è concesso all’uomo partecipare al ministero che riguarda il versamento del “sangue” del Cristo, questa parte del ministero riguarda esclusivamente la divinità.

Questo principio entra nel cuore della domanda fatta all’inizio, abbiamo trovato gli effetti, abbiamo visto dove possiamo partecipare fattivamente al ministero del Cristo e dove invece possiamo solo beneficiare dal suo sacrificio. Non siamo ancora entrati nel piano eterno di Dio che fu stabilito prima della fondazione della nostra creazione.

Per proseguire abbiamo bisogno di maggiore luce per comprendere pienamente la cerimonia del sacramento che riguarda il sangue (l’acqua)

Per ottenere maggior luce e conoscenza in merito a questa riflessione sul ministero del Cristo, dobbiamo andare alla sacra e perenne ricorrenza del piano della salvezza in possesso degli ebrei. Dobbiamo andare alla cerimonia della ricorrenza del “Giorno dell’espiazione” data ad Israele nel deserto come spiegata da Mosè nel libro del Levitico.

La cerimonia del “Giorno dell’espiazione”

La cerimonia del “Giorno dell’espiazione” si svolge il 10 del mese ebraico di Tishri, corrispondente circa al 10 ottobre del calendario gregoriano (ricordo che il calendario ebraico si basa sui moti della Luna mentre quello Gregoriano su quelli del Sole). Il luogo della cerimonia è specificamente Tutto il Tempio, (cortile e tenda di convegno), in quanto questa cerimonia è intrinsecamente legata al tempio, non può aver luogo in altri contesti. Nella cerimonia ebraica é necessario un officiante del tempio, ovvero il sacerdote del Tempio.

Questa è una ricorrenza speciale per Israele, è la seconda festa o ricorrenza solenne ricevuta dopo l’esodo dall’Egitto, si celebra esattamente sei mesi dopo la Pasqua. Il simbolismo della cerimonia del giorno dell’Espiazione, così come celebrato in Israele da Mosè e rinnovata di anno in anno, sino al 70 dopo Cristo, quindi ai tempi della missione terrena del Cristo, pur nella complessità è molto chiaro: Israele vede l’ingresso nel Santissimo, come la prefigurazione di un bene futuro, ovvero non fruibile nel presente. Israele infatti, vede chiaramente che attraverso il tempio può percorrere la strada per ritornare al Padre Celeste.  La cerimonia si svolge interamente nel tempio e consta principalmente di tre parti:

  • Sacrificio preparatorio di purificazione per mezzo dell’offerta di un giovenco;
  • Sacrificio del “Capro del Sacrificio”;
  • Imposizione delle mani sul “Capro Espiatorio” sul quale saranno conferiti i peccati di Israele, che verrà mandato fuori dal tempio per morire nel deserto;

Per familiarizzare con la cerimonia seguiamo più dettagliatamente senza approfondire oltre, le tre parti della cerimonia.

Parte prima: Offerta del Sacrificio purificatore e preparatorio fatto con un giovenco

La prima parte della cerimonia consiste nel fatto che il sommo sacerdote, al fine di purificare sé stesso e la sua casa, immola un giovenco sull’altare dei sacrifici e con il suo sangue purifica anche il Tempio, sino ad arrivare al propiziatorio posto nel santo dei santi.

11 Aaronne offrirà dunque il giovenco del sacrifizio per il peccato per sé, e farà l’espiazione per sé e per la sua casa; e scannerà il giovenco del sacrifizio per il peccato per sé. 12 Poi prenderà un turibolo pieno di carboni accesi tolti di sopra all’altare davanti all’Eterno, e due manate piene di profumo fragrante polverizzato; e porterà ogni cosa di là dal velo. 13 Metterà il profumo sul fuoco davanti all’Eterno, affinché il nuvolo del profumo copra il propiziatorio che è sulla testimonianza, e non morrà. 14 Poi prenderà del sangue del giovenco, e ne aspergerà col dito il propiziatorio dal lato d’oriente, e farà sette volte l’aspersione del sangue col dito, davanti al propiziatorio.

(Levitico 16:11-14)

Una parte importante dell’offerta del giovenco. fatta sull’altare dei sacrifici, consiste nel fatto che l’officiante mette in un vaso di metallo o incensiere, delle sacre braci provenienti dall’altare, e con queste e solo con queste, accende l’incenso nel turibolo (incensiere) per sprigionare un profumo gradito all’Eterno, attraverserà quindi il Tempio sino al Santo, andrà oltre il velo per entrare nel Santissimo, quindi si fermerà sul propiziatorio (coperchio dell’Arca dell’Alleanza), in modo che possa espandere qui il profumo alla presenza del Padre. Profumo che l’officiante porterà per coprire il propiziatorio, come gesto di rispetto e di preparazione al vero scopo della cerimonia.

Dopo aver portato davanti all’eterno il profumo, l’officiante torna all’altare del sacrificio, mette il sangue del giovenco in un vaso e torna nel Santissimo riattraversando il Santo, passa oltre il velo e asperge sul propiziatorio il sangue per sette volte col dito. Ricordo che il propiziatorio è il simbolo che rappresenta l’Eterno.

Qui si conclude la parte della cerimonia per purificare l’officiante.

Fatta la purificazione, il sommo sacerdote procede alla cerimonia vera e propria.

Due capri il più possibile simili tra loro, sono con compiti diversi, il centro della cerimonia

  • Il capro del sacrificio
  • Il capro espiatorio

Nel cortile del tempio sono presenti anche due capri, che dopo estrazione a sorte, hanno due compiti diversi e complementari. Il primo rappresenta l’offerta fatta a Dio per purificare il sangue decaduto di Adamo in modo che la sua discendenza possa ritornare redenta alla sua presenza, il secondo rappresenta l’offerta fatta a Dio affinché i peccati della discendenza di Adamo (Israele e tutta l’umanità), possano essere perdonati. Questi potenti simboli rappresentano la “misericordia all’opera”, infatti entrambi i capri rappresentano Gesù Cristo nella qualità “Dio”, ovvero infinito ed eterno. Qualificato per presentare un sacrificio altrettanto infinito ed eterno che permetta di pareggiare la legge della giustizia con la legge della misericordia.

7 Poi (Aaronne) prenderà i due capri, e li presenterà davanti all’Eterno all’ingresso della tenda di convegno. 8 E Aaronne trarrà le sorti per vedere qual de’ due debba essere dell’Eterno e quale di Azazel. 9 E Aaronne farà accostare il capro ch’è toccato in sorte all’Eterno, e l’offrirà come sacrifizio per il peccato (di Adamo); 10 ma il capro ch’è toccato in sorte ad Azazel sarà posto vivo davanti all’Eterno, perché serva a fare l’espiazione e per mandarlo poi ad Azazel nel deserto.

(Levitico 16:7-10) (corsivo dell’autore).

Uno di essi sarà “sacrificato sull’altare del Tempio per purificare il sangue dal peccato” e l’altro, quello toccato ad Azazel, (il demone del deserto), sarà liberato nel deserto, dopo che Aaronne avrà imposto le mani sul suo capo per trasferire su di esso i peccati di Israele.

Fatta questa breve presentazione, entriamo nel merito della cerimonia.

Parte seconda: Offerta del capro del sacrificio

Il sacrifico del primo capro serve per purificare il sangue di Adamo e di tutta la sua discendenza, di cui Israele è il popolo sacerdotale.

15 Poi (Aaronne) scannerà il capro del sacrifizio per il peccato (di Adamo), che è per (redimere il sangue di lui e della sua discendenza) il popolo, e ne porterà il sangue di là dal velo; e farà di questo sangue quello che ha fatto del sangue del giovenco; ne farà l’aspersione sul propiziatorio e davanti al propiziatorio. 16 Così farà l’espiazione per il santuario, a motivo delle impurità dei figliuoli d’Israele, delle loro trasgressioni e di tutti i loro peccati. Lo stesso farà per la tenda di convegno ch’è stabilita fra loro, in mezzo alle loro impurità. 17 E nella tenda di convegno, quand’egli entrerà nel santuario per farvi l’espiazione, non ci sarà alcuno, finch’egli non sia uscito e non abbia fatto l’espiazione per sé, per la sua casa e per tutta la raunanza d’Israele.  (corsivo dell’autore).

(Levitico 16:15-17)

La cerimonia del sacrificio del primo capro rappresenta la purificazione del sangue di Adamo e l’espiazione dei peccati di Israele. Come per il precedente sacrificio, anche in questo caso, l’officiante (Aaronne) entrerà sino al “santissimo” con il sangue del capro e lo aspergerà attorno al propiziatorio. Il simbolismo di questa cerimonia rappresenta Israele che presenta a Dio il “sangue della purificazione” che lo ammette alla sua presenza. La cerimonia prevede che l’officiante, entrato davanti al propiziatorio, asperga il sangue dell’agnello sacrificale per sette volte ai piedi di Dio e davanti a Dio. Questo sangue quindi ha il potere di redimere la discendenza di Adamo, ed è l’unico elemento che consente a Israele di tornare alla presenza di Dio. Attraverso il sangue dell’agnello sacrificale, Israele (discendenza di Adamo), viene purifica dal peccato dell’Eden e quindi viene redenta.

Da notare il forte simbolismo legato all’immagine chiara del sacerdote officiante che, a nome di Israele, depone il sangue ai piedi di Dio come a dire “attraverso questo sangue e solo attraverso esso, io ritorno alla tua presenza, la caduta ed i peccati terreni sono rimessi”. Il simbolo è chiaro: Israele è consapevole che può tornare alla presenza di Dio solo attraverso il sangue immacolato del capro del sacrificio.

L’apostolo Paolo spiega bene il simbolo legato a questa cerimonia del giorno dell’espiazione nella lettera agli ebrei.

Paolo dichiara in modo incontrovertibile che Gesù è il simbolo del capro del sacrificio: 

11 Ma venuto Cristo, sommo sacerdote dei futuri beni, egli, attraverso un tabernacolo più grande e più perfetto, non fatto da mano d’uomo, cioè, non di questa creazione, 12 è entrato una volta per sempre nel luogo santissimo, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue. Così ci ha acquistato una redenzione eterna. 13 Infatti, se il sangue di capri, di tori e la cenere di una giovenca sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano, in modo da procurar la purezza della carne, 14 quanto più il sangue di Cristo, che mediante lo Spirito eterno offrì sé stesso puro di ogni colpa a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente! 15 Per questo egli è mediatore di un nuovo patto. La sua morte è avvenuta per redimere dalle trasgressioni commesse sotto il primo patto, affinché i chiamati ricevano l’eterna eredità promessa. 24 Infatti Cristo non è entrato in un luogo santissimo fatto da mano d’uomo, figura del vero; ma nel cielo stesso, per comparire ora alla presenza di Dio per noi;

25 non per offrire sé stesso più volte, come il sommo sacerdote, che entra ogni anno nel luogo santissimo con sangue non suo. (Ebrei 9:11-15 –24-25)

Si nota che la testimonianza dell’apostolo Paolo è concentrata soprattutto nel compito svolto da Gesù come capro del sacrificio il cui sangue viene portato nella sala del “Santissimo”, il cuore del Tabernacolo. Egli spiega che il sangue di Cristo è depositato in un tempio non di questa creazione, ovvero il tempio “Celeste”. Per rendere la sacra profondità della missione del redentore, la testimonianza dell’apostolo delle genti è concentrata sul sangue e non sul corpo del Cristo. La dottrina esposta da Paolo, al momento in cui scrive, non era patrimonio degli ebrei e non era insegnata nelle sinagoghe di Israele. Paolo scrive questa dottrina per rivelazione, la stessa rivelazione che permetterà diciotto secoli dopo a Joseph Smith, di scrivere i versi della benedizione del sacramento. Alla morte di Gesù, la cortina del tempio di Gerusalemme si squarciò, perché come testimoniato sempre dall’apostolo Paolo, Gesù è la Cortina del Tempio, ovvero Gesù è il tramite attraverso il quale occorre passare per entrare nel Santissimo dove abita Dio Padre.

19 Avendo dunque, fratelli, libertà di entrare nel luogo santissimo per mezzo del sangue di Gesù,

20 per quella via nuova e vivente che egli ha inaugurata per noi attraverso la cortina, vale a dire la sua carne, 21 e avendo noi un grande sacerdote sopra la casa di Dio, 22 avviciniamoci con cuore sincero e con piena certezza di fede, avendo i cuori aspersi di quell’aspersione che li purifica da una cattiva coscienza e il corpo lavato con acqua pura.

(Ebrei 10:19-22)

Parte terza: Offerta del Capro Espiatorio

Come già detto, i due capri utilizzati per il rito nel Giorno dell’Espiazione dovevano essere il più possibile simili fra loro. In effetti essi rappresentano simbolicamente la stessa persona: Gesù Cristo. Accostandosi ai due capri, prima dell’inizio della cerimonia, Il sommo sacerdote estraeva da una scatola di legno due scritte, su una “Per Azazel”, sull’altra “Sacrificio per il peccato”, stabiliva così la sorte del ruolo a cui erano associati i capri.

Secondo la tradizione, per distinguere i due capri, un filo di tessuto scarlatto veniva legato tra le corna del capro al quale era toccato il ruolo per “Azazel”. Al tempo dovuto dal cerimoniale (dopo la presentazione dell’offerta del capro del sacrificio), il capro per Azazel veniva portato di fronte al sommo sacerdote officiante, che gli imponeva le mani sul capo, trasferendo sul medesimo per confessione, i peccati d’Israele. In questo modo il capro prendeva simbolicamente su di sé i peccati della nazione ebraica, che simboleggia tutta la discendenza di Adamo.

20 E quando avrà finito di fare l’espiazione per il santuario, per la tenda di convegno e per l’altare, farà accostare il capro vivo. 21 Aaronne poserà ambedue le mani sul capo del capro vivo, confesserà sopra esso tutte le iniquità dei figliuoli d’Israele, tutte le loro trasgressioni, tutti i loro peccati, e li metterà sulla testa del capro; poi, per mano di un uomo incaricato di questo, lo manderà via nel deserto. 22 E quel capro porterà su di sé tutte le loro iniquità in terra solitaria, e sarà lasciato andare nel deserto.

(Levitico 16:20-22)

Subito dopo questa imposizione delle mani, il capro espiatorio veniva consegnato a un altro sacerdote che, per il compito ricevuto, doveva necessariamente essere in forze. Infatti questo sacerdote avrebbe portato il capro nel deserto con il compito di costringerlo ad una folle corsa, sino a quando cadeva sopra le rocce, e si sfracellava morendo. Con questa procedura, il popolo d’Israele si liberava dai peccati commessi confidando nell’espiazione preparata da Dio per loro. Questo sacrificio si ripeteva ogni anno come parte essenziale del rito del “giorno dell’Espiazione”.

L’espressione molto diffusa di “capro espiatorio” deriva proprio dal destino del capro espiatorio, che seppure innocente, veniva portato a morire nel deserto investito dai peccati del popolo.

 

Questo capro rappresenta una persona innocente a cui viene addossata la colpa di un altro o di altri.

Il compito del capro espiatorio è di prendere su di sé i peccati di Israele (e di tutta la discendenza di Adamo) in modo che attraverso il suo sacrificio tutti potessero invocare il perdono dei loro peccati ed essere salvati. Questo capro non svolge il suo ministero nel tempio ma fuori di esso, in terra non consacrata. Quando Gesù fu consegnato ai romani affinché eseguissero il volere di Israele, portandolo alla crocefissione, in effetti Egli rappresentava il capro espiatorio. Gesù sotto esplicita richiesta dei capi di Israele veniva mandato a morire sulla croce. Non era una rupe ad attenderlo su cui sfracellarsi, bensì era una croce, sulla quale depose la vita a completamento della sua missione divina di Salvatore e Redentore.  Gli ebrei non si resero conto che Gesù per missione divina e come profetizzato da Isaia aveva preso su di sé i peccati del popolo e si incaricava di espiare affinché attraverso Lui le richieste della giustizia potessero essere soddisfatte. Come il capro espiatorio Gesù viene spinto ad una folle corsa per le strade di Gerusalemme. Oggi una strada di Gerusalemme porta il nome di “Via dolorosa”, via su cui passò Gesù con la croce sulle spalle diretto al monte Calvario. La rupe.

1 Chi ha creduto alla nostra predicazione e a chi è stato rivelato il braccio dell’Eterno? 2 Egli è venuto su davanti a lui come un ramoscello, come una radice da un arido suolo. Non aveva figura né bellezza da attirare i nostri sguardi, né apparenza da farcelo desiderare. 3 Disprezzato e rigettato dagli uomini, uomo dei dolori, conoscitore della sofferenza, simile a uno davanti al quale ci si nasconde la faccia, era disprezzato, e noi non ne facemmo stima alcuna. 4 Eppure egli portava le nostre malattie e si era caricato dei nostri dolori; noi però lo ritenevamo colpito, percosso da DIO ed umiliato. 5 Ma egli è stato trafitto per le nostre trasgressioni, schiacciato per le nostre iniquità; il castigo per cui abbiamo la pace è su di lui, e per le sue lividure noi siamo stati guariti. 6 Noi tutti come pecore eravamo erranti, ognuno di noi seguiva la propria via, e l’Eterno ha fatto ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti. 7 Maltrattato e umiliato, non aperse bocca. Come un agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non aperse bocca.  (Isaia 53:1-7).

Il simbolo del sangue di Cristo che redime la discendenza di Adamo

In primo luogo, Gesù con il suo sacrificio nel Getsemani, ha deposto “il sangue dell’agnello del sacrificio purificatore davanti a Dio” in modo che proprio attraverso il suo sangue versato sul propiziatorio, tutti figli di Dio, discendenti di Adamo nella carne, potessero essere purificati, facendo sì che la legge della giustizia accettasse l’offerta della legge della misericordia e far riammettere l’uomo qualificato alla presenza di Dio. Una maggiore testimonianza di questo aspetto della missione del Salvatore e Redentore Gesù Cristo la troviamo nel libro di Mosè nella Perla di Gran Prezzo:

55  E il Signore parlò ad Adamo, dicendo: Dato che i tuoi figli sono concepiti nel peccato, così, quando cominciano a crescere, il peccato concepisce nel loro cuore, ed essi assaporano l’amaro, affinché sappiano apprezzare il bene. 56 Ed è dato loro di distinguere il bene dal male, pertanto agiscono in piena libertà, e io ti ho dato un’altra legge e un altro comandamento. 57   Insegnalo dunque ai tuoi figli, che tutti gli uomini, ovunque, devono pentirsi, o non possono in alcun modo ereditare il regno di Dio, poiché nessuna cosa impura può dimorarvi, ossia dimorare in sua presenza; poiché, nella lingua di Adamo, Uomo di Santità è il suo nome, e il nome del suo Unigenito è il Figlio dell’Uomo, sì, Gesù Cristo, un Giudice giusto che verrà nel meridiano dei tempi. 58 Perciò ti do un comandamento, di insegnare liberamente queste cose ai tuoi figli, dicendo:

59 Che per via della trasgressione viene la caduta, caduta che porta la morte; e dato che nasceste nel mondo mediante l’acqua, e il sangue, e lo spirito, che io ho fatto, e così diveniste dalla polvere un’anima vivente, proprio così dovete nascere di nuovo nel regno del cielo, di acqua e di Spirito, ed essere purificati mediante il sangue, sì, il sangue del mio Unigenito, affinché possiate essere santificati da ogni peccato e godere delle parole di vita eterna in questo mondo, e della vita eterna nel mondo a venire, sì, di gloria immortale; 60   Poiché mediante l’acqua rispettate il comandamento, mediante lo Spirito siete giustificati e mediante il sangue siete santificati; 61 Perciò esso è dato per dimorare in voi; la testimonianza del cielo; il Consolatore; le cose pacifiche di gloria immortale; la verità di ogni cosa; ciò che vivifica ogni cosa, che rende viva ogni cosa; ciò che conosce ogni cosa e ha ogni potere secondo la saggezza, la misericordia, la verità, la giustizia e il giudizio. 62   Ed ora ecco, io ti dico: Questo è il piano di salvezza per tutti gli uomini, tramite il sangue del mio Unigenito che verrà nel meridiano dei tempi. (Mosè 6. 55-60)

 

Questa scrittura parla della prima alleanza del piano di Salvezza. Alleanza sacra che viene celebrata nel nome di tutta la divinità: Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Attraverso questa alleanza l’uomo si prepara a tornare a Dio, compie il primo passo, per un convertito quello più difficile. In questa scrittura si parla soltanto del “Sangue del figlio unigenito” che purifica, nessun accenno viene fatto alla morte sulla croce. Il centro dell’espiazione si è svolto nel Getsemani. Le testimonianze di Paolo e di Mosé, seppur in contesti diversi sono chiare. La morte sula croce rappresenta il sigillo dell’espiazione.

In secondo luogo, Gesù con la sua espiazione, nel Getsemani prima e sulla croce poi, ha preso su di sé i peccati di Israele e dell’umanità intera.

In questo modo Egli è stato anche il “pagatore” del debito prodotto dai peccati da Adamo in poi, infatti da “innocente” è stato abbandonato da tutti e lasciato morire pagando alla giustizia di “Dio” i peccati dell’intera umanità.

 

La cerimonia del sacramento

Adesso siamo pronti a contemplare con più contezza i simboli della cerimonia del sacramento

 

Il Pane

La benedizione del pane rappresenta sia l’agnello pasquale mangiato in fretta e sia Gesù che adempie il sacrificio del “Capro Espiatorio” del giorno dell’Espiazione.

In effetti Gesù adempì ogni cosa sia della festa della Pasqua che della ricorrenza del Giorno dell’espiazione. Fu scelto dai sommi sacerdoti e fu mandato a sfracellarsi inchiodato sulla croce, dove depose la sua vita per poi riprenderla con la resurrezione. Quando prendiamo il pane in ricordo di lui, nel nostro cuore e nella mente compaiono l’agnello pasquale cioè il capro espiatorio. Questo mite animale e il pane, rappresentano la componente umana del Cristo, il suo corpo martoriato, la sua anima stritolata nel frantoio, il suo non cedere alla paura della morte sulla croce. Il pane del Cristo è simile al sacrificio della madre che da tutta sé stessa per far crescere il bimbo che porta in grembo.

Il pane rappresenta tra le altre tante immagini, la capacità di servire a prescindere dalla situazione. Il pane rappresenta la capacità di Gesù di lasciare ogni cosa per aiutare i bisognosi, la comprensione dello stato e del dolore di coloro che sono considerati dal mondo “Gli ultimi”.

 

Quando ci accingiamo a consumare questo simbolo troviamo nell’intimo dell’anima una forza che non è di questa creazione, un potere che si instilla dentro di noi e ci dà il coraggio di alzare gli occhi al di sopra della realtà fisica, della povertà, della malattia e della tirannide di qualsiasi origine. Vediamo la nostra vita accanto alla Sua, i nostri gesti minuti e quotidiani, fatti di carità e servizio, abnegazione e sopportazione, si fondono nel crogiolo intimo della crescita. La luce della carità ci purifica e sentiamo scorrere in ogni cellula l’Eternità dalla quale proveniamo. Percepiamo meglio la materia di cui siamo fatti, la stessa divinità dalla quale proveniamo e dove per destino pian piano stiamo tornando.

 

Di colpo, i vestiti, i mobili, la posateria, l’autovettura e tutti beni terreni si spogliano di valore. La differenza tra una giacca molto fine, di alto valore economico ed una modesta, si azzera, ed emerge il valore assoluto del suo proprietario. Percepisci chiaramente che gli abiti ed i beni terreni non hanno mai stabilito la miseria o la nobiltà. Dentro gli abiti, dentro la reggia, la casa o la capanna, vive un figlio di Dio, che è molto più nobile di ogni blasone e bene materiale. Percepisci chiaramente che il nostro “Fattore” non considera vincitore chi arriva primo, considera vincitori tutti quelli che arrivano a qualificarsi per l’eternità.

A prescindere dalla condizione in cui si trova, quando un figlio di Dio vive come ha vissuto il Maestro e si accosta con il sacramento al “Pane della vita”, come il più puro anti-eroe, realizza la parte più importante dell’essere e del suo passaggio sulla terra, si proietta nell’eternità. Vede sia nella notte triste che nel giorno benedetto, la mano di Dio tesa verso di Lui. Davanti al successo e al fallimento si chiede: “Padre cosa vuoi insegnarmi?” e trova la forza suprema di governare queste condizioni, perché entrambe sono condizioni di mezzo, dietro le quali purtroppo si nascondono prove spesso determinanti.

Giorno dopo giorno, prova dopo prova, Egli aspetta i nostri progressi e spera che presto i nostri piedi siano pronti per camminare nudi sul pavimento d’oro fiammeggiante che conduce al trono del Padre Eterno. Colui che vince camminerà su questo pavimento di gloria fiammeggiante, come oggi cammina sulla fresca erba del prato.

 

L’Acqua (Vino)

La benedizione dell’acqua (Vino) rappresenta Gesù che adempie l’offerta del “Capro del sacrificio”.

Gesù adempì in modo speciale questa parte della cerimonia del giorno dell’espiazione. Fisicamente il suo sangue fu versato sulla terra dell’orto del Getsemani, spiritualmente invece Gesù stesso era l’officiante del rito eterno dell’espiazione che deponeva nel Tempio Celeste di Dio il suo sangue, proprio ai piedi dell’Altissimo, a testimonianza che aveva pagato il prezzo della redenzione del sangue decaduto del fratello Adamo. Alzatosi dall’erba dell’orto del frantoio, la sua missione più difficile era adempiuta. Tramite la sua offerta divina ed eterna, il sangue della caduta di Adamo era redento, un nuovo patto era stipulato, ed ora Adamo e la sua discendenza, tramite l’offerta accettata, potevano ritornare al Padre nelle stesse condizioni nobiliari esistenti prima della caduta. Il simbolo dell’acqua rappresenta la componente divina di Gesù, quella posseduta per il fatto che era l’unigenito di Dio nella carne. Questo simbolo non è alla portata umana, ci viene dato per ricordarci che la stessa divinità, per riscattare l’uomo, ha sofferto un dolore “Infinito ed Eterno”, in quanto, solo in questo modo il riscatto era possibile. In senso universale, il sangue rappresenta anche la “Grazia di Cristo” manifesta nella Pasqua, che salva tutti gli uomini, anche i malvagi (per maggiori approfondimenti su questo argomento vedi il libro Gesù Salvatore e Redentore).

La sofferenza che ha riportato l’uomo a Dio non é descrivibile con il nostro vocabolario Teleste. Il Redentore tuttavia ha dato questa descrizione:

11 Punizione eterna è la punizione di Dio. 12 Punizione infinita è la punizione di Dio. 13 Pertanto vi comando di pentirvi e di rispettare i comandamenti che avete ricevuto dalla mano del mio servitore Joseph Smith jr in nome mio. 14 Ed è mediante il mio potere onnipotente che li avete ricevuti; 15 Perciò io vi comando di pentirvi — pentitevi, per tema che io vi colpisca con la verga della mia bocca e con la mia ira e con la mia collera, e che le vostre sofferenze siano dolorose — quanto dolorose non sapete, quanto intense non sapete, sì, quanto dure da sopportare non sapete. 16 Poiché ecco, io, Iddio, ho sofferto queste cose per tutti, affinché non soffrano, se si pentiranno; 17 Ma se non volessero pentirsi, essi dovranno soffrire proprio come me; 18 E queste sofferenze fecero sì che io stesso, Iddio, il più grande di tutti, tremassi per il dolore e sanguinassi da ogni poro e soffrissi sia nel corpo che nello spirito — e desiderassi di non bere la coppa amara e mi ritraessi — 19 Nondimeno, sia gloria al Padre, bevvi e portai a termine i miei preparativi per i figlioli degli uomini.

(D&A sez 19:11-19)

Consapevoli che abbiamo preso il nome del Maestro, dobbiamo sviluppare la consuetudine sacra, che solo camminando come Lui ha camminato possiamo sviluppare pienamente il nostro potenziale dall’umano al divino. Lui ha mostrato chiaramente che è divenuto il Salvatore e Redentore nel frantoio dell’espiazione, superando la terribile prova del giardino del Getsemani prima, e sulla croce poi. Noi dobbiamo prendere atto interiormente che abbiamo davanti la stessa strada, dobbiamo vincere nel corso della vita terrena i nostri Getsemani e non temere le nostre croci sino all’ultimo giorno.

Come il maestro dobbiamo dimostrare di fare la volontà del Padre, a prescindere dalle nostre aspettative. Sottolineo che Gesù, quando piegato dal dolore, avendo chiesto al Padre di far passare oltre la prova del Getsemani, aggiunse sempre: sia fatta la tua volontà non la mia.

Avvicinarsi all’acqua sacramentale, apparentemente rappresenta il dono della misericordia divina che ripara il grave peccato del giardino di Eden, in verità è un dono che racchiude una prospettiva di progresso eterno, perché colui che trae forza dall’Espiazione e l’applica nella sua vita, si qualifica per la redenzione. Questo genere di persone supera la prova più terribile della vita: possedere il potere del libero arbitrio e quello della conoscenza del bene e del male, e vincere scegliendo il bene! Questo genere di persona identifica e rifiuta le offerte seducenti e ingannatrici dell’avversario, e sceglie di vivere come il maestro ha vissuto. Pronto ad essere da Lui premiato con l’eredità del regno Celeste.

Un sistema virtuoso di crescita basato sull’opposizione

Per evidenziare solo in parte, le grandi difficoltà da superare e vincere, della vita terrena, riporto alcuni brevi esempi.

Con il solo dono del libero arbitrio era già stato difficile nella vita pre terrena scegliere il piano di felicità che il Padre Celeste aveva preparato per noi. Infatti, fummo testimoni, che un numero elevatissimo di nostri fratelli, ben un terzo di noi, miliardi e miliardi di figli di Dio, utilizzando il potere del libero arbitrio, con la loro sensibilità ed intelligenza, si ribellarono addirittura al piano del Padre, ritenendolo ingiusto ed errato, sino al punto di sollevare guerra contro il Padre stesso per rimuoverlo dalla sacra e divina posizione. A causa di ciò caddero e furono esclusi per sempre dalla presenza del Padre. Per maggiori dettagli, vedi le relative scritture di riferimento (2 Nefi 2:24:12-14 e Mosé 4:1-5).

Ma il Padre aveva preparato per i suoi preziosi figli una condizione più grande di quella desiderata dai ribelli, più vicina alla divinità. Infatti, nella vita terrena, accanto al potere del libero arbitrio, il Padre aggiunge il discernimento del bene dal male. In questa situazione, le difficoltà di scegliere il “Giusto” si amplificano in modo esponenziale, troppo. Infatti le difficoltà che si incontrano sulla terra, rispetto a quelle della vita pre terrena sono mille e mille volte più potenti, in quanto il potere del libero arbitrio associato a quello della “conoscenza del bene e del male” é milioni di volte più potente.

 

Le opere di Maurits Cornelis Escher (1898-1972), pittore olandese, che risiedette per anni in Italia, pongono inquietanti aspetti scientifici, psicologici e teologici. Nella ricerca di rappresentare la realtà, Escher sonda nell’intimo dell’essere umano e trova diversi sentimenti appa-rentemente inconciliabili, seppur veri. Trova che nella superficie dello stesso piatto (anima dell’uomo), possono essere rappresentati sia gli angeli che i demoni. Il messaggio, sia scientifico che teologico è inquietante, perché dimostra, che nella natura umana in effetti sussistono entrambi, contemporaneamente, sia la luce che le tenebre, basta cambiare l’osservazione dei colori bianchi e neri.

Il piano è stato fatto affinché l’uomo scelga la strada che porta alla Luce (Bianco) e rifugga dalla strada che porta alle tenebre (Nero). Ma questa strada, che porta alla elevazione dell’uomo caduco in un uomo glorioso, non può assolutamente essere percorsa come una strada del tipo “Vincere facile”, per questo motivo è stata da Dio progettata irta di ostacoli, il più grande dei quali è la possibilità del plagio operato dall’avversario, nascondersi, far credere agli uomini di andare verso la luce mentre in effetti li sta portando verso le tenebre.

 

Accanto: M. C. Escher opera Angeli e Demoni

 

Recentemente ho visto un documentario sulla vita degli elefanti in Africa, ed un episodio mi ha procurato molto dolore.

Un elefantino aveva perso il contatto con la mamma ed il branco, vagava solo nella savana seguendo il profumo della madre, il guaio era che mentre seguiva il profumo della madre, questa pista lo portava nella direzione opposta a dove essa si trovava. Ovvero, credeva di seguire la madre ma ad ogni passo si allontanava irrimediabilmente da lei. Il lavoro dell’avversario è appunto questo: farci credere che stiamo facendo la scelta giusta mentre ci porta nella parte opposta, le tenebre. Abbiamo potere e libertà di scegliere, ma non abbiamo il potere di cambiare le conseguenze della scelta.

 

Nella ricerca degli eventi che sviano l’uomo dal comprendere appieno la realtà che lo circonda, Escher produce altre opere molto significative, nelle quali traspare evidente la difficoltà dell’uomo a interpretare in modo univoco la realtà. L’osservatore deve faticare le proverbiali sette camicie prima di capire che nel disegno delle prospettive impossibili, l’autore ha rappresentato una geometria falsa. Trasponendo queste difficoltà a decifrare la realtà, nella sfera dei rapporti umani, con gli stimoli esterni, ci troviamo spesso davanti a situazioni assurde: il bene viene spesso visto come male ed il male come bene. Incrociando le culture nazionali con quelle locali, mettendole a confronto con le diverse idee politiche e con la sensibilità personale, nasce una tale complicazione, che ciò che in un paese, ovvero in un uomo, è considerato il bene, in un altro è considerato il male. In ultima analisi, l’opera di Escher rafforza dal punto di vista scientifico la spiegazione data dal profeta Lehi nel libro secondo Nefi, in merito al fatto che il Padre ha creato questo stato difficile di cose, proprio per consentire la crescita dell’uomo teleste. L’argomento meriterebbe una trattazione più approfondita, ma ai fini della comprensione della cerimonia del sacramento questi brevi cenni sulla difficoltà di interpretare la realtà, filtrata da aspettative, desideri e passioni, sono significativi e sufficienti.

 

Escher: Disegni con rappresentazione di Prospettive impossibili

 

Questo immenso potere (libero arbitrio e discernimento tra bene e male), per il fatto di essere immerso in una scelta tra gli opposti, rende difficilissimo trovare la strada giusta. Troppe variabili, seduzioni, paure, appetiti e passioni, impediscono di prendere la giusta scelta. E’ quasi impossibile orientarsi tra la strada che porta alla Luce da quella che porta alle tenebre. Per questo motivo a tutta l’umanità, Dio ha dato un dono speciale e divino: “La Luce di Cristo”, che assiste ogni creatura nel discernere il bene dal male. La luce di Cristo è simile ad una bussola che indica sempre il “bene”. Il guaio è, che l’uomo, quasi sempre decide di non andare dove dice la bussola, perché ha in testa e nel cuore una strada migliore, ed ha facoltà e potere di “scegliere” ed agire” diversamente.

A questo punto diviene importantissimo l’insegnamento del Cristo dato proprio prima dell’espiazione. Ritengo che durante la cerimonia del sacramento questo insegnamento dovrebbe risuonare amplificato nel cuore e nella mente.

4 Dimorate in me, e io dimorerò in voi. Come il tralcio non può da sé dar frutto se non rimane nella vite, così neppure voi, se non dimorate in me. 5 Io sono la vite, voi siete i tralci. Colui che dimora in me e nel quale io dimoro, porta molto frutto; perché senza di me non potete far nulla.

(Giovanni 15:4-5)

Ad ogni messaggio, ad ogni stimolo esterno, che colpisce i nostri sensi, siamo sempre assistiti dalla Luce di Cristo che ci suggerisce la strada da prendere, ma il messaggio viene filtrato dalla libertà di scelta della nostra anima, in questo processo utilizziamo sempre il carattere che è influenzato dai desideri e dagli appetiti, riflettiamo sul da farsi per decidere quale strada seguire.  Tuttavia il “videogame” della vita non si vince senza la guida e l’obbedienza al vangelo del Cristo

Abbiamo un altro esempio dalla scienza moderna del colore

Tornando alle difficoltà del discernimento terreno, per avere un altro semplice paragone con la tecnologia moderna, è come passare da una definizione del colore digitale a 2 bit per colore, che è in grado di far vedere solo 64 colori, ad una tecnologia Truecolor a 24 bit, che mostra la sbalorditiva cifra di oltre sedici milioni di colori e precisamente 16.777.216. Ecco in pratica cosa ha portato nell’uomo il discernimento del bene dal male collegato al libero arbitrio: un potere di scelta smisurato. Ma anche una difficoltà smisurata di operare con la sola intelligenza la scelta giusta.

In effetti, dopo aver ricevuto uno stimolo e averlo codificato attraverso i sensi, entra in azione la nostra sensibilità per governare desideri, appetiti e passioni. Dobbiamo prendere atto che siamo inseriti in un sistema per il quale la nostra reazione ci porterà inesorabilmente e liberamente verso la luce (Bianco) oppure verso le tenebre (Nero).

Una parte dei colori porta verso il bene (la luce o il bianco) e un’altra parte di colori porta verso il male (le tenebre o il nero). Basta guardare un albero dei colori di Munsell per verificarne la vastità e la profondità delle difficoltà.

 

Il profeta Nefi, nel libro di Morom, illustra chiaramente questo concetto, che non è soltanto un concetto teologico, ma di scienza della vita terrena, quella stessa insegnata in modo costante, con il passare delle epoche, da tutti i profeti di Gesù Cristo

11 Poiché è necessario che ci sia un’opposizione in tutte le cose. Se non fosse così, mio primogenito nel deserto, non potrebbe realizzarsi la rettitudine, né la malvagità, né la santità né l’infelicità, né il bene né il male. Pertanto tutte le cose dovrebbero necessariamente essere un solo insieme; pertanto, se fosse un unico corpo, dovrebbe necessariamente rimanere come morto, non avendo né vita né morte, né corruzione né incorruttibilità, né felicità né infelicità, né sensibilità né insensibilità. 12 Pertanto esso sarebbe stato inevitabilmente creato per nulla; pertanto non vi sarebbe stato alcuno scopo nel fine della sua creazione. Pertanto ciò avrebbe necessariamente distrutto la saggezza di Dio e i suoi eterni propositi, e anche il potere, la misericordia e la giustizia di Dio. 13 E se direte che non vi è legge, direte anche che non v’è peccato. E se direte che non v’è peccato, direte pure che non vi è rettitudine. E se non ci fosse rettitudine non ci sarebbe felicità. E se non ci fossero rettitudine né felicità, non vi sarebbero punizione né infelicità. E se queste cose non esistono, Dio non esiste. E se non esiste Dio, non esistiamo noi, né la terra; poiché non vi sarebbe potuta essere alcuna creazione di cose, né per agire, né per subire; pertanto tutte le cose avrebbero dovuto svanire. 16 Pertanto il Signore Iddio concesse all’uomo di agire da sé. Pertanto l’uomo non avrebbe potuto agire da sé, a meno che non fosse attirato o dall’uno o dall’altro.

17 E io, Lehi, debbo necessariamente supporre, secondo quanto ho letto, che un angelo di Dio, secondo ciò che è scritto, sia caduto dal cielo; pertanto divenne un diavolo, avendo cercato ciò che era male al cospetto di Dio. 18 E poiché era caduto dal cielo ed era diventato infelice per sempre, egli cercò di render infelice anche tutta l’umanità. Pertanto disse a Eva, sì, proprio quel vecchio serpente che è il diavolo, che è il padre di tutte le menzogne, pertanto egli disse: Mangiate del frutto proibito e non morrete, ma sarete come Dio, conoscendo il bene e il male. (2 Nefi 2:11-18)

 

Questa è una struttura scientifica che proviene dell’eternità di Dio, nelle tavole precedenti abbiamo visto la rappresentazione grafica delle difficoltà di scelta presenti nella vita terrena. In esse sono chiaramente evidenziate le grandi difficoltà per operare una scelta giusta. Queste difficoltà non esistono per caso nell’animo o nella natura umana, ma come il profeta Lehi ha ben spiegato nella scrittura appena citata, sono lì per disegno divino.

Coloro che in questa difficile struttura, vincono, e scelgono il bene, sono descritti dall’apostolo Giovanni nel libro dell’apocalisse e da Joseph Smith nel libro di Dottrine ed Alleanze,

Apocalisse 2:17 Chi ha orecchio ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese. A chi vince io darò della manna nascosta, e gli darò una pietruzza bianca, e sulla pietruzza scritto un nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve.

Dottrina e Alleanze sezione 130:10 Allora la pietra bianca menzionata in Apocalisse 2:17 diventerà un Urim e Thummim per ogni individuo che ne riceverà una, mediante la quale saranno rese note le cose che appartengono a un ordine di regni superiore;

11 E una pietra bianca è data ad ognuno di coloro che vengono nel regno celeste, sulla quale è scritto un nome nuovo che nessuno conosce, salvo colui che lo riceve. Il nome nuovo è la parola chiave.

Dottrina e Alleanze sezione 76: Questi sono coloro che sono uomini giusti resi perfetti da Gesù, il mediatore della nuova alleanza, che operò questa espiazione perfetta versando il suo proprio sangue.

70 Questi sono coloro i cui corpi sono celesti, la cui gloria è quella del sole, sì, la gloria di Dio, il più alto di tutti, della cui gloria il sole del firmamento è descritto come simbolo.

Queste persone risultano essere proprio i discepoli di Gesù che si sforzano di vivere come Lui ha vissuto e che ogni domenica si apprestano a ricordarsi di Lui e del suo sacrificio eterno.

Durante la cerimonia del sacramento il nostro cuore è portato ad andare verso questi sentimenti gloriosi con l’impegno a vivere e conformarci ad essi, essere nel mondo ma non essere del mondo. Siamo consapevoli di essere circondati ed immersi in una società corrotta e abominevole, tuttavia abbiamo una alleanza che ci chiede di vivere in luoghi santi come il nostro cuore, il nostro corpo, la nostra mente.  Siamo impegnati per alleanza a rendere la nostra casa santa, in onore al nostro Padre Eterno e al suo beneamato figliolo Gesù Cristo, nostro redentore.

La cerimonia del sacramento è una delizia che ci ricorda che tendiamo ad un progresso eterno

Il lettore attento che viaggia a 256 bit spirituali avrà già avuto il sussurro dello spirito, che sia la festa della Pasqua che la festa del Giorno dell’Espiazione possiedono entrambi i simboli del ministero del Signore Gesù Cristo.

In effetti la cerimonia della Pasqua rappresenta il sacrificio di Gesù che salva, mentre la festa del Giorno dell’espiazione, rappresenta Gesù che Salva e che Redime.

La prima festa si riferisce alla statura di Gesù che porta alla salvezza e all’immortalità (l’agnello immolato nel cortile della casa e il suo sangue sugli stipiti della porta), la seconda si riferisce alla statura di Gesù che redime e che conduce alla vita eterna (Il capro del sacrificio e il capro dell’espiazione).

Questo é un poderoso insegnamento sulla natura del piano di Dio per i suoi figli. Quando ci accingiamo al sacramento siamo immersi in questa luce d’amore che scorre con vigore nelle parole della cerimonia e ci ricorda che il sacrificio del Cristo si legge in una sola direzione, perché a prescindere dall’ottenere la salvezza per la grazia dell’agnello pasquale o la redenzione per il capro del sacrificio del giorno dell’espiazione, l’amore che scorre è uno solo ed è incondizionato: benedire tutti i suoi fratelli a prescindere da ogni circostanza. La cerimonia del sacramento è il momento in cui ci ricordiamo di entrambe le ricorrenze perché il Cristo per noi è Salvatore e Redentore.

Nella cerimonia del sacramento, la rivelazione moderna della sezione n° 20 di D&A ci ha guidato ad una maggiore comprensione e conoscenza del rapporto tra Noi, Dio Padre, Gesù Cristo. Con essa rinnoviamo tutti i patti fatti con il Padre celeste e con Gesù Cristo, confermiamo che ci ricordiamo del sacrificio di salvezza e di redenzione operato dal Cristo e soprattutto ci impegniamo sulla terra a vivere per le leggi del cielo. Durante la cerimonia ci chiediamo quanta distanza c’é tra noi e Lui, ci chiediamo quanto i nostri comportamenti emulano il maestro. Invochiamo forza e ispirazione per vincere le battaglie quotidiane della vita carnale per rispondere all’invito del maestro: siate come io sono.

La Pasqua e la ricorrenza del Giorno dell’Espiazione, rappresentano le due ricorrenze perenni e più sacre date ad Israele, in ciascuna di esse nella rispettiva qualità, siamo aiutati a comprendere la cerimonia del sacramento per trasformarla nella “delizia del giorno del Signore”. Linea dopo linea, precetto dopo precetto, possiamo divenire esseri simile al maestro, questo processo non è una invenzione degli uomini, fa parte del piano del Padre.

Porto testimonianza che la richiesta di Gesù fatta a tutti i membri dalla Sua Chiesa, di essere come Lui, è reale e concreta. Porto testimonianza, che a dispetto della natura umana, dietro la quale molti uomini nascondono la loro mediocrità, questa richiesta racchiude nella sua semplicità sconvolgente, lo scopo e l’obiettivo più nobile della vita terrena: possiamo divenire come il maestro ed accedere alla presenza del Padre Celeste.

Porto testimonianza che il primo e più importante luogo sacro della vita sulla terra, è il nostro cuore.

Porto testimonianza che Gesù Cristo è il Salvatore e Redentore, che il libro di Mormon ha il potere di condurci al Padre, che ai nostri giorni il vangelo è stato restaurato direttamente da Gesù Cristo, di cui Russell M. Nelson oggi è il suo profeta vivente.

 

Potrebbero interessarti…
Menu